Gwen è sulla spiaggia alla marina vecchia.
Cammina a filo d'acqua.
Se l'onda arriva Gwen non scosta il passo.
Lascia che l'acqua le lambisca la caviglia, risalga un poco sulla gamba.
Lecchi il polpaccio e si faccia carezza.
Gwen lascia impronte marcate, ha passo deciso anche se non ha meta. Qualche
impronta.. le più vicine a dove mare e sabbia mischiano le loro vite
ininterrotte, dura pochi secondi appena.

Gwen incrocia il piede con la scia della chiglia della barca tirata in secca.
Gwen ha un sottile brivido che la scuote al realizzare dove il piede si è
posato.
Rinserra il pareo che le cinge i fianchi, corre attraverso il corpo e lascia un
seno nudo a farsi carezzare dal vento, macchiato da un capezzolo bruno e duro
per quella carezza d'aria marina, serra il pareo come se fosse una corazza in
cuoio e ferro. stringe impercettibilmente le spalle come a sincerarsi
dell'integrità del corpo suo e della sua forza.
Rabbrividisce un attimo solo e riprende il suo passo.
l'acqua sciaborda un poco e lecca ancora la caviglia nel suo moto.
Così incontro Gwen una mattina. io. Seduto sul tronco, relitto di burrasca,
lisciato e smerigliato dal moto della sabbia e delle onde. Guardavo il mare.
Gwen è arrivata senza rumore alcuno.
Solo l'ombra a proiettarsi sui miei piedi e gli occhi poi fissi a scrutare i
miei.

Gli occhi sprofondano nel pozzo infinitamente scuro dell’iride, e si perdono per
un tempo indefinito tra l’attaccatura delle ciglia, rimanendo intrappolati in
una fitta rete ricurva. Poi lo sguardo si posa sulle ali dei gabbiani che
rincorrono le onde a pelo d’acqua. Il palmo della mano protegge le sfumature del
sole caldissimo su una pelle che ha già visto molti giorni di calore. L’ombra
del suo corpo regala un attimo di sollievo ai suoi piedi così provati dopo
quella tempesta.
Gli occhi risprofondano nell’iride, e si rinfrescano nella loro ombra.
Le labbra si muovono piano, la voce calma raggiunge il timpano.
-
Sta per piovere ancora. Vieni con me, questo posto non è sicuro -
Il vento alza le sue folate una ad una, sempre più pungenti. L’odore salmastro
del mare punge le narici e inebria i pensieri, i capelli giocano a rincorrersi
ad ogni brezza più decisa. Il piede lascia ancora orme precise sotto di se, il
corpo avanza senza rumore alcuno. L’alba rischiara ad est un bagliore sinistro,
il pareo danza sulle curve su cui poi si appoggia leggero e geloso, nessun
indugio. Nessuna attesa.
Guen va verso il suo rifugio, aspettando senza voltarsi, il suo straniero….

La spiaggia ormai è là sotto. Avanti a loro i primi alberi, radi, poi al
progredire dello sguardo la foresta.
Arriva solo l’eco del ritorno ritmato dell’onda al bagnasciuga. Lontano. Sempre
più sfuocato.
L’uomo suda e arranca, è stanco. La donna guizza sempre più sicura su un
sentiero non tracciato che si intuisce a lei ben noto come se ad ogni passo
fosse più vicina a casa.
L’uomo forza il passo, la piaga che ha ai suoi piedi, la sete che lo secca e gli
taglia la lingua solcandola di arso.
Segue quei fianchi.
La coscia alla luce del lampo.
I capelli scossi di lei nel salto oltre la duna.
Scusa se ti ho parlato di qualcosa che tra noi non c'entra, ma se l'ho
fatto è solo perchè tu, maestro di parole, hai risvegliato in me, bagliori,
lampi di immagini lontane ma vive.... con te mi sembra di aprire una pagina
nuova, il vecchio libro con la copertina di pelle un po' lisa, si riapre facendo
scivolare la polvere, la mia polvere.... forse.... si ricomincia a veleggiare
sulle ali della fantasia che non conosce mare dove finire il proprio
vagabondare....
Io infatti ti ho letta. lo volevo.

Qui, ora... e dove Beijaflor vive. Il colibrì.
Seguendo la scia che il serpente ha lasciato sulla sabbia.
Un'onda di percorso.. poi lo slittamento della duna, dove la pendenza era più
forte...
Scivola quasi di piatto, si distende a fare resistenza.. poi fermo si ricarica
come molla vivente e spinge, spira dopo spira, ancora verso l'alto.
Riprende l'onda solo un poco più spostato dalla discesa imprevista, nel
percorso.
cerca piccoli anfratti nella sabbia qui un poco piu compatta, leggere
interruzioni nel ritmo di pendenza per farne punto saldo, rallenta solo poco il
movimento, giusto quello che basta a trovare la forza di una nuova spinta,
caricandola sul nuovo appoggio.
E scorre e poi sale, si fa lento come una danza.
Lambisce i tuoi piedi come lambivano i tuoi piedi prima l'acqua e la risacca.
Lo vedo salire avvolgendoti il polpaccio e poi la coscia, in alto.
Non stringe, avvolge solo quel poco che basta a fare salda la spirale e dare
slancio.
Sale.
Avvolge lasciando una striscia di brivido, di ventre freddo, sotto lo scorrere
lento.
La testa alta, scostata appena all'interno della coscia, come un calzare
vivente, alto, che avvolge ora tutta la gamba. La testa che ne è fibbia. La coda
ancora a terra.
La testa nel taglio del pareo, protesa in avanti.
Sei in piedi, ferma.
Mi guardate entrambi.
L'occhio suo sottile e obliquo sembra che sorrida con una luce tutta sua.
Ammicca come se fosse complice della donna.
Tu non ti muovi.
Col tuo compagno avvolto attendi.
Salgo l'ultima balza della duna un po' a fatica. Lo sguardo fisso.
Fino ad avere la sua testa, dondola lentamente fino a sembrare quasi ferma,
davanti, gli occhi fissi nei miei.
Attendo.
(alemar & faber)