All’ombra,
i piedi ricoperti di sabbia dorata, fine, sottile come polvere preziosa.
Scosso dalla febbre, l’uomo ha perso anche la cognizione del dolore. Il taglio
fondo nella coscia, stretto nel telo colorato che la donna si è strappato dai
fianchi per fasciarlo, non sanguina più da tempo, ma pulsa e batte, aperto,
ancora sporco della sabbia penetrata e incrostata ormai tra i lembi della carne,
scostati al suo arrivo a corpo morto sulla riva, sbattuto lì dalla risacca.
Anche le piaghe che si sono aperte sotto i piedi, cotti dal suo farsi tronco
alla deriva così a lungo dopo il naufragio, si sono riempite di sabbia fina,
incollata dal loro trasudare di carne viva.
Ma la febbre copre tutto.
I tremiti, fortissimi. Se avesse forza ora e percezione lamenterebbe il freddo.
La febbre sale in fretta e lì all’ombra, benchè l’aria sia calda e secca, lui
trema.
La donna l’ha aiutato gli ultimi metri, sotto lo sguardo curioso e obliquo del
suo compagno senza zampe. L’ultimo ricordo che l’uomo ha prima di entrare nel
delirio è quello della donna che gli pettina via dagli occhi i capelli cotti di
sale e il muso del serpente, così vicino al suo viso mentre lei gli dedica
quell’attenzione, la lingua rossa del rettile che quasi gli saetta sulla pelle.
Forse è così che Bejaflor lo annusa.
Poi l’uomo si ritrova sulla nave.
In piena tempesta. Scosso dalla febbre come se fosse ancora scosso dai marosi.

Sotto tortura prima o poi finirà per
cedere come se il mare fosse la sua Inquisizione e quella morsa d’acqua
comandata a rendere inevitabile ma ancor più terribile il supplizio, dilatandolo
nei tempi capricciosi e apparentemente illogici delle onde. L’uomo ora è in
piedi, si sente fradicio, nel delirio è il mare a bganarlo ancora, lì sotto i
primi alberi della collina sabbiosa dove la febbre lo guida nel suo delirare.
Cerca di spingere la cassa di pitch pine che è stata sbattuta lì dal caracollare
dello scafo e ostruisce il passaggio alla stiva. Sente il legno tagliargli le
mani nello sforzo violento del suo tentativo. I piedi scivolare nudi sull’assito
e tagliarsi, lio sente caldi per il sangue ora e non più gelati di mare.
La cassa non accenna a cedere.
Tenta ora di usare i movimenti della nave quando le onde spingono nella giusta
direzione per aiutarsi. Al terzo tentativo, quando sta quasi per rinunciare,
riesce. La cassa scivola improvvisa come se avesse trovato con l’aiuto dell’onda
uno scivolo di sapone. L’uomo finisce a terra a corpo morto trascinato dalla sua
stessa spinta e dall’improvviso cessare di ogni resistenza a essa. Batte la
testa.
E’ a Barcellona ora.
Due mesi prima.
In calle Nou de la Rambla, dove la strada che sembra correre e voler sbattere
dopo le ultime case nel mare scanta a destra. Nasconde sotto la giacca di lino
spiegazzata, sopra il cuore il piccolo involucro di morbido cuoio marrone. Le
carte appena ricevute.
Ogni tanto volge il viso per accertarsi che il rumore che gli pare di sentire
non corrisponda a qualche inseguitore. Entra di scatto in un portone aperto.
All’ombra dello stipite aspetta.
Almeno trenta secondi interminabili che gli gelano la schiena di sudore.


Sorride a quella vista. Prima di perdere nuovamente coscienza e cominciare di
nuovo nel suo delirio a sognare.
Di un seno, una donna e una casa nascosta in un frutteto, a picco su un altro
mare.
La donna deve aver sentito il tocco dello sguardo, perché posandogli il capo
sulle foglie che gli aveva allestito come cuscino prima di allontanarsi ore
prima, istintivamente porta una mano al seno e carezza in punta di dita un
capezzolo, indugiando ad occhi chiusi e provandone piacere, come a liberarlo,
dopo un bagno e il sole, sensibile e teso, dal sale.
(faber)
