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Dicono di lui che quello
fosse un giorno di autunno travestito da fine estate. Con sole umido e caldo.
Quasi a novembre e che persino gli alberi e le piante fossero confusi e
ricominciassero a fiorire.
E che scendesse al mare, pochi tornanti avvolti tra gli ulivi e che trovasse lì,
arrivato, i segni delle ultime mareggiate.
E una curva di detriti portati a riva, a metà strada tra bagnasciuga e fine
della spiaggia, cerchio modulato sul profilo della spiaggia, da fiumi
improvvisati corsi a svanire lì la settimana prima.
Dicono di lui che abbia girato per trovare un punto dove quell’inferno informe
di legni, detriti di oggetti di uso quotidiano trasfigurati dalla natura e
piccole schegge di vetro arrotondate e fatte pietre da collana colorate, fosse
abbastanza lontano dalla scogliera del piccolo molo. Da permettergli di stendere
agevolmente il telo.
Che abbia curiosato, come è solito fare, abitudine che gli anni non hanno
cancellato tra quei pezzi di misto defluire con le acque, alla ricerca di
imprevedibili, mai trovati tesori.
Perché gli è impossibile non associare, ogni volta che fiumi e mare giocano a
rimpiattino e a rincorrersi, quella striscia ininterrotta, larga poi stretta,
poi ancora larga, con le spiagge dei naufragi dei libri di avventure.
Con le sue isole dei pirati.
E dicono anche la ragazza fosse già lì da prima.
Un telo azzurro, un estatè con la cannuccia infissa a lato, sopravvissuto al
naufragio dell’estate, la borsa grande, e la rivista alta, brossurata, avuta in
omaggio con qualche quotidiano di cui però l’uomo sceso al mare non vide traccia
lì vicino.
E che, steso prima un sarong balinese di cotone colorato, sopra l’uomo vi
posasse un telo scuro di blu con quella sagoma di geco sinuosa. A cui non aveva
saputo resistere quando l’ambulante etiope aveva offerto - forse a percorrere le
spiagge in cerca di fortuna si acquisiscono conoscenze di marketing e psicologia
che nessuna università può dare - tra una catasta di cotoni colorati appoggiata
sulla spalla proprio solo quello.
Dicono che l’uomo tastasse l’acqua con i piedi dopo aver sfilato la maglietta
nera coi faccioni dei bluesmen preferiti e i jeans neri di cotone e aver
trasformato maglia e pantaloni in cuscino, piegandoli, ripiegandoli e
ripiegandoli ancora. E poi mettendoli sul suo letto marino.
In testa, a fianco dello zainetto scuro.
Dicono che la ragazza lo guardasse e sorridesse prima a quel rito. E ancora poi
al piccolo brivido che accompagnò l’arrivo all’acqua dei piedi. A quel
trasformarsi quasi del brivido iniziale in salto su due piedi.
Dicono di lui che colse quel sorriso. E automaticamente rispose.
Perché è così con i sorrisi specie se hai la testa altrove.
Incappi in uno, magari arrivato a caso, bel taglio delle labbra, gonfiore di
zigomi, arco d’occhi, e rispondi.
E che della ragazza colse subito la somiglianza.
Che poi mica è vero che somigliasse così tanto all’altra.
Ma lui per motivi che a noi manco verrebbero mai in testa la colse.
E dicono che dopo aver bagnato l’orlo dei pantaloncini del costume, l’acqua non
era così fredda in fondo, l’uomo tornasse al telo mare.
Che si sdraiasse ammorbidendo sotto il bacino il materasso sabbioso e srotolasse
il piccolo cavo nero delle cuffie del lettore. E che guardando la ragazza che
aveva seguito i suoi movimenti seduta, con le ginocchia strette tra braccia e la
sagoma di cosce e fianchi scolpita, avesse nuovamente sorriso mentre inseriva il
secondo auricolare.
Che probabilmente quella canzone capitò per caso.
E che, ma questo saperlo è quasi barare, fosse probabilmente di lui la
preferita.
E che forse fu proprio questo il motivo di quel repeat reiterato. Quante volte
esattamente non ci è dato sapere.
Forse la ragazza inconsciamente le aveva anche contate. Era anche facile farlo
in fondo.
Perchè ad ogni ripartire, ad ogni Play it all nite long, i piedi dell’uomo
avevano lo stesso ripetuto scandire e ondeggiare musicale. Stesi sul telo.
Dell’uomo dicono che bevve ogni dettaglio di lei lì vicina senza alcun pudore.
E che la ragazza non abbassò lo sguardo né si negò a quel suo misurare. Capelli
biondi, lunghi alle spalle, raccolti in una coda dietro la nuca, chiusi da un
elastico blu, piegando quella piccola coda su se stessa due o tre volte.
Il viso è giovane, incorniciato da due ali chiare. Gli occhi azzurri quasi
liquidi alla piccola distanza che li separa fronte mare.
Come abbia fatto a cogliere somiglianza resterà un mistero perché a un occhio
normale probabilmente non ne sarebbe emersa nemmeno una. Forse si somigliavano,
la ragazza della spiaggia e quella che lui ricordava. Ma si somigliavano solo
nell’espressione dello sguardo e in quello che lui immaginava ne fosse il
pensiero.
Dicono di lui che ne abbia ritagliato seguendola quasi rapito, con gli occhi la
sagoma intera.
La pienezza tonda delle coppe del costume azzurro primavera. Seni sicuri, alti e
forti.
Non modellati ma solo incorniciati dal tessuto.
Ben staccati tra di loro.
L’ansa dei fianchi, solo pochissimo più larghi di quella che sarebbe stata
perfezione.
Assoluta.
E con le gambe rannicchiate lì alte tra le braccia serrate alle ginocchia la
pienezza non eccessiva della curva delle cosce.
E il baffo di tessuto azzurro gonfio di labbra dove le cosce si facevano culo e
posavano sul telo.
Quel sesso nascosto all’ombra, stretto fino a gonfiare il tessuto teso e far
trasparire il modularsi morbido e caldo del taglio delle labbra.
Che la ragazza non abbia mai smesso di sorridere mentre lui la guardava.
Frugandola anche lì sotto con lo sguardo.
Dicono che il sole avesse fatto ritorno dopo un leggero nascondino. Su quella
spiaggia di pirati urbani.
Che l’uomo fosse infastidito dalle grida di un bambino, così forti da mescolarsi
con la musica che lo avvolgeva dalle cuffie.
Che lei gli avesse fatto cenno alle orecchie e agli auricolari sorridendo quando
ebbe a cogliere un piccolo gesto di stizza dell’uomo per quel fastidioso rumore.
Dell’uomo dicono che forse sì, aveva anche frainteso. Il senso di quel gesto.
E che probabilmente quella familiarità così immediata e senza pudore fosse
dovuta a quel suo immaginario scambio di persona.
Che ricordasse lei che non vedeva da una vita mentre guardava una rivista, un’estatè
ormai vuoto e la ragazza di Valona.
Dicono dell’uomo che interpretò in modo forse errato quel gesto e quel portarsi
le mani alle orecchie fatto dalla ragazza. E che fu così che le porse la coppia
di auricolari.
E con loro, dopo essersi avvicinato, era in piedi davanti a lei ora, la sua
canzone. E dicono che nemmeno si stupì che lei parlasse quasi un perfetto
italiano e che avesse una cadenza quasi musicale.
Che ridesse con un riso argentino e che nessun imbarazzo e a la tempo stesso
nessuna malizia si celasse dietro quel riso.
Che lei avesse nome di farfalla.
Per quella strana usanza, gli spiegò lei, come se fosse la cosa più naturale al
mondo, che in Albania ha l’etnia di origine musulmana di dare nomi di fiori o di
animali alle persone.
Che lei fosse bella.
Ancora più bella lì seduta accanto.
Che la sua pelle avesse odore d’ombra anche se stava al sole.
Che l’uomo vide che la rivista era l’allegato del Corriere.
Che l’estatè era finito e la cannuccia ancora inserita era tutta mordicchiata.
Che la ragazza muoveva ascoltando la canzone i piedi.
Esattamente come aveva fatto anche lei, quella che lui giurava le somigliasse
tanto, piccole dita leggermente allargate e il moto di caviglia e dorso a
seguire le note.
Che chiuse gli occhi anche lei sull’arpeggio di chitarra.
Che si sdraiò ascoltandola e che sorrideva.
Che lui seduto lì guardandola, bella e vicina, non potè che andare.
Sì.
Le somigliava, e in ogni differenza a lui sembrava uguale.
Le somigliava nel sorriso ad occhi chiusi ora.
Per nulla intimidita e imbarazzata come mai nemmeno lei era mai stata.
Dall’uomo che, dicono, non la smettesse di sorridere e guardare.
Dicono di lui che, mentre lei ad occhi chiusi seguiva la canzone, lui si sia
alzato.
Che l’abbia fatto piano, lentamente, senza rumore o trasparire quasi di moto,
per non disturbare la farfalla che volava sulle note.
Che alzandosi l’abbia chiamata per nome a bassa voce, quasi avesse paura che lei
lo potesse sentire.
E che non fosse un nome di farfalla quello che solo la spiaggia ebbe modo di
sentire.
Che se mai lei l’avesse sentito non avrebbe potuto non chiedergli perché aveva
sbagliato nome.
Che abbia fatto pianissimo, il suo levarsi, perché il telo di lei su cui ora lui
era in piedi, sfiorandole coi piedi la pelle delle reni quasi, e non più seduto,
non le trasmettesse il suo moto.
Che abbia curato che persino l’ombra non lo tradisse nel suo andare.
Quello che dicono di lui è che abbia attraversato, facendo ben attenzione a non
rompere geometrie di fiume e mare, l’arco dei detriti di pioggia e mareggiata.
Legni resi contorti e spellati e plastiche che sembravano monili. Piccoli vetri
colorati che ci si può fare un anello di diamanti di bottiglia o una collana.
Dicono che sia entrato in mare.
Lentamente. Ma questa volta senza indugiare.
Che l’acqua dalle caviglie sia salita nascondendo un brivido alle ginocchia. Che
lui si sia lasciato scivolare.
Che non si sia voltato mai indietro a guardare.
Di fronte, verso la Francia seguendo l’arco naturale c’è un’isola un po’
lontana.
Dicono di lui che è in quella direzione che si sia messo a nuotare.